Strumenti personali
Tu sei qui: Portale News Semplice, vero, che ubbidisce ad una voce arcana
« febbraio 2012 »
febbraio
lumamegivesado
12345
6789101112
13141516171819
20212223242526
272829
 

Semplice, vero, che ubbidisce ad una voce arcana

Semplice, vero, che ubbidisce ad una voce arcana

Semplice, vero, che ubbidisce ad una voce arcana mentre detta parole di terra, per dare forma scritta ed espressione scenica a pensieri ed emozioni. Ambientato a Santo Stino di Livenza, paese in provincia di Venezia che ha dato i natali a Romano Pascutto, Birt all’inferno è la commedia in due tempi rappresentata l’11 febbraio 2010 per la prima volta, presso il teatro intitolato al poeta sanstinese. L’evento d’eccezione è stato inaugurato dall’Assessore alla Cultura, Simonetta Calasso, e dall’accorata presentazione di Mario Bernardi, scrittore opitergino.  Il dialetto, il fiume, la barca e il suo barcaiolo, sono i protagonisti di un dipinto nel quale si ritrovano ambienti naturali, villaggi rurali, luoghi di culto, vite quotidiane, volti di contadini e marie venete. Tante immagini che acquistano senso e forza grazie al dialetto, la lingua delle emozioni che ha dato anima e corpo al testo pascuttiano. La voce, il pathos e l’azione di Sandro Buzzatti hanno dato vita a scene dinamiche e potenti riflessioni sulle dolorose vicende proposte dall’autore, scandite da interventi e interludi musicali.  

Il sipario si apre avvolto da un’atmosfera sfuggente, sulle rive del fiume: il fertile greto colorato di verde e di more, un masso, l’acqua, una barca, i colpi da tamburo, la luce che si fa sempre meno forte. Lì vicino, bianco e canuto, si intravede la figura di un vecchierel, piuttosto pittoresco, ma “onesto e di parola sicura”. È Birt, il barcaiolo del centro abitato che, solingo e pensoso, attende le persone da traghettare al di là del fiume, espressione di un’intera civiltà e testimonianza simbolica dello scorrere del tempo. Il tema ispiratore si lega ad una tradizione popolare che risale al medioevo e giunge al Novecento: nei tempi in cui il fiume era l’unica via di comunicazione, il traghettatore per pochi spiccioli trasportava persone e merci da una sponda all’altra, remando leggero e cauto, per paura di affondare il carico di anime innocenti o di grano.

Birt all’inferno si apre su un’idillica rievocazione di luoghi ed immagini di un tempo oramai trascorso, che ricorda, per l’intento e i soggetti privilegiati, i motivi degli esordi della lirica volgare duecentesca, di influenza provenzale. Inoltre, i personaggi, l’escatologia di fondo, l’intento dell’autore, fanno dell’emozionante dramma una singolare trasposizione epica della metafora dantesca.


Nel Prologo si celebrano gli elementi che caratterizzano il paesaggio naturale che ha sempre ispirato il poeta. La presenza della natura ha la funzione di  rasserenare l’animo e i suoi elementi si traducono in simboli che evocano esperienze emotive, personali e preziose,  che, nel corso della vita, lo hanno suggestionato. Cantare il ponentino che spira sulle acque del fiume caro allo scrittore, mentre spinge leggiadre nuvole al suono di campane è, per il poeta, un atto d’amore. Rievocare le note dell’organo che escono tra nuvole d’incenso dalla porta principale della chiesa, è un atto d’amore. “Ricordare” è l’equivalente di “amare” e l’oggetto dell’amore è la semplicità che genera felicità, “’na feliçità granda come ‘na pena”, o come il luccio che fa capolino per inebriarsi di sole e d’azzurro, o come il ricordo del gioco della sisìa in volo, o il volto pallido della luna che si specchia nelle acque verdiazzurre. Rievocazioni intense e, sullo sfondo, le risonanze dei colpi della vita che scorre: quelli delle donne sui lavatoi di legno, dei cannoni, delle grida domestiche provenienti dai casoni. La bella Livenza, “muto testimone delle vicende umane” finisce col diventare il simbolo inesorabile della fugacità del tempo, sentimento di fondo delle battute pascuttiane e, insieme, espressione alta e composta di un amaro disincanto su cui il poeta non ha mai smesso di meditare.

La vita fugge, corre come l’acqua, “tut se neta, tut muda e sparisse/sot l’acqua resentona…”  e allo stesso modo anche Birt, una mattina, chiusi gli occhi, se ne andò per sempre, cullato dalla voce antica dell’acqua. Immaginato dal poeta in una commovente scena, il dolce viaggio del barcaiolo senza vita segue, ancora una volta, la corrente, il suo destino. Quella misera barca, che nella vita era stata una specie di dimora, diventa la sua umile bara. Con essa, il suo corpo e il suo ricordo vanno dove le acque conducono, lontano, al di la del mare, oltre il mare, mentre la mano inerme sembra cercare, per l’ultima volta, il battito del fiume.


Subito dopo, l’impatto con una dimensione onirica e per certi versi choccante, catapulta il lettore/ascoltatore sulle rive misteriose dell’Acheronte


Il fiume caro alla letteratura italiana ed emblema dell’inferno dantesco, diventa il luogo d’incontro e di scambio tra Birt e Caronte, il barcaiolo delle anime prave protagonista dell’Inferno della Divina Commedia. Qui il ricordo mantiene la funzione di sempre: diventa il medium per mantenere vivo nello spirito e presente  alla coscienza il passato che non c’è più, ma che resiste nell’anima di chi non vuole lasciarlo andare. Resistono le immagini dolci, a volte inquiete, ma sospirate e chiare, del poeta dell’amore. I pensieri semplici, “question de ziobe”, come la danza della sisìa nera nella campagna inondata di sole, o il caldo segnale dei pastori in ciò che resta dei tanti piccoli fuochi accesi sulle verdi sponde popolate di candidi agnelli, in soave pellegrinaggio verso i monti.


Nella realtà, la vita è sospesa tra incanto e storia dolente. Nel paesaggio lunare, il ricordo si fa sogno.


Uno stesso cuore tra due mondi, due dimensioni legate dal mormorio sommesso delle acque che, come i ricordi, filtrano e corrono in superficie, a incontrare e cullare l’ansia insopportabile dello spirito travagliato di chi, di fronte alle contraddizioni della vita, non smette di pensare, soffrire, sperare.

 

Lia Zulianello

Azioni sul documento