Il cuore del sogno dell’arte
Giovedì 9 settembre 2010, presso
il Teatro Romano Pascutto, la conferenza spettacolo per la presentazione del IV
tomo “Teatro” dell’Opera Omnia di Romano Pascutto, ha concluso le celebrazioni
organizzate dall’Amministrazione Comunale in occasione del centenario dalla
nascita del poeta sanstinese. La successione degli interventi - del Sindaco,
Luigino Moro, di Mario Bernardi, Presidente del Comitato Regionale per le
Celebrazioni del Primo Centenario della nascita (1909-2009), di Lorenzo Mucci,
curatore dell’opera, di Caterina Boccato, la nipote - sono stati una preziosa
cascata di voci che ha conferito un ulteriore spessore all’autore e alla sua
opera.
Ancora una volta è emersa l’importanza della funzione dell’intellettuale e della necessità di amare il passato conservandone la memoria, per comprendere meglio il presente.
Il Novecento è un secolo la cui storia è stata profondamente segnata dai totalitarismi e dove la ripercussione letteraria ha offerto, in generale, spunti interessanti di attraversamento. Anche Romano Pascutto ha dato voce alla creatività, all’esigenza di testimoniare, alle immagini letterarie che, come sappiamo, sono sapientemente contenute nelle scelte espresse in versi e in prosa. Pensò a come la poesia potesse farsi voce della natura e cantò le strade di sassetti bianchi, i prati ingemmati di fiori, gli usignoli ubriachi di sole, il suo amato fiume sornione… Pensò a come la narrazione potesse districare la complicata matassa della vita quotidiana e, ispirandosi a occasioni umili, spontanee, in poche parole, alla voce del popolo, scrisse testi straordinari, come Il pretore delle baracche o La lodola mattiniera.
Ma il suo genio era dettato dall’emozione per amore dell’emozione: ecco il cuore del sogno dell’arte. Per questo non poté non confrontarsi con il genere teatrale, con la riproduzione il più possibile viva della natura, dell’uomo, dei suoi enigmi e delle sue passioni. I testi teatrali raccolti nel IV tomo e presentati al pubblico dei lettori per la prima volta, sono nati dal bisogno di rappresentare per far vivere e trasformare. I contenuti in scena possono anche essere diversi, i caratteri dei personaggi distinti e i paesaggi ricreati veramente essenziali perché, protagoniste sopra le quinte, sono l’emozione e la capacità di emozionare di chi ha pensato proprio quelle scene.
La poliedricità artistica di Romano Pascutto, poeta, romanziere, drammaturgo, fa capo, sicuramente, ad un’espressione di personalità salda, padrona del proprio tempo di vita.
Il commento musicale di Sebastiano Crepaldi, insieme alle suggestive voci recitanti di Stefano Rota e Laura Vio, hanno fatto assaggiare il potere della rappresentazione teatrale pascuttiana. La simultaneità e il ritmo con cui sono stati presentati gli stralci selezionati da ogni testo e la qualità e il vigore dell’interpretazione, hanno reso bene il segreto intento di chi non smette di meravigliarsi di fronte alla vita e scrive per donare un’emozione.
Se, personalmente, mi si chiedesse di condividere il testo che più mi ha toccato, senz’altro risponderei La vita no xe un sogno, Commedia in dialetto, tre atti (84 pagine), vincitrice del Premio “Cattolica” 1955 e del Premio “G. Gallina” 1955.
Invito alla lettura di La vita no xe un sogno – Lia Zulianello - Sandra e Bruno sono una coppia di giovani innamorati che convogliano ben presto a nozze. Lei una popolana, figlia di un vecchio gondoliere veneziano, lui un ragioniere che appartiene alla piccola borghesia. La commedia si contraddistingue per la viva teatralità che si manifesta attraverso la vivacità dialogica dialettale dei protagonisti. Le verità di costume, come il desiderio di apparire del giovane borghese, le illusioni e i sogni della giovane sposa, le inquietudini della madre Gigia, la gelosia della suocera Betta, le speranze del nonno, imprimono una vena di gaia freschezza, insieme ad un’istintiva comicità con cui cogliere i minimi particolari della vita, le umane debolezze, le ingenuità. L'azione di questa Commedia è semplicissima e l'intreccio di poco impegno, ma tale da trasmettere un carattere di universalità. Sandra ha vissuto la condizione di promessa sposa tesa a nascondere l’estrazione popolare. Bruno, infatti, è un uomo elegante e con una posizione di tutto rispetto: è un diplomato e lavora in un ufficio. Di lei dicono, invece, che sia una buona a nulla. Per la festa del loro fidanzamento la madre Gigia ha depositato in pegno un paio di orecchini preziosi. Il denaro corrispondente è servito a fare bella figura con il giovane Bruno, il quale, a sua volta, per confermare la sua posizione, aveva depositato al Monte di Pietà l’orologio. In questa dialettica di apparenze, popolari e piccolo-borghesi, il matrimonio si contrae e i due sposi si ritrovano sul tavolo della cucina il giorno 27 del mese, a destinare la paga alle rate. La vita non è un sogno, continua a ripetere Sandra dentro di sé, soprattutto quando vede il marito uscire tutte le sere. Nella solitudine della casa condivisa con una suocera impertinente, matura la convinzione di lasciare il marito. La storia avrà un lieto fine, perché il gesto di Sandra viene compreso da Bruno che riesce a giustificare le sue uscite notturne. Preoccupato dell’avvenire, infatti, mentre lei lo pensava chissà dove, lui trascorreva le sere in ufficio a far quadrare i conti. In tutta la vicenda è forte la presenza del nonno, figura comica di estremo rilievo che rappresenta la sapienza popolare. Con motti di spirito, battute vivaci e consigli fa trasparire, in filigrana, la necessità di sperare, di ridere all’avvenire. La commedia si chiude con il nonno che chiama a sé i nipotini, ancora svegli dopo tanto trambusto, per caricarli sulla gondola e vogare, fra i canali veneziani, sentendosi ancora vivo e gridando agli altri gondolieri la sua felicità. È una volontà, la sua, che non trova realizzazione nella commedia, ma che rimane, per così dire, come un piccolo sogno. Mentre immagina i suoi nipotini specchiarsi sull’acqua chiara della laguna, uno di loro si chiama Bortolo, come lui, ed è il figlio atteso da Bruno e Sandra.
La vita non è un sogno, ma al di qua dell’arte, l’emozione per amore dell’azione, è lo scopo della vita. Decisamente originale, rispetto agli altri testi teatrali, secondo me, sia per la velocità che non lascia spazio al pensiero, ma solo alle impressioni che affiorano spontanee, sia per la schiettezza gentile dei personaggi che, con le loro battute, consentono la spettacolarizzazione della semplicità della vita con tutte le sue sacre speranze, di fronte a cui, e alla fine della commedia, allora sì, ci si ferma a pensare.
Lia Zulianello

